“Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, disse, erano stati poeti nel significato originale di poiesis, e cioè «creazione». Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. La vita religiosa di ognuno di essi aveva un unico scopo: conservare la terra com’era e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota – e così ricreava il creato.”Ho finito nel fine settimana di leggere Le vie dei Canti. L’autore, Bruce Chatwin, racconta in questo libro di viaggio le sue esperienze in un’Australia poco cittadina e molto desertica, alla ricerca delle Vie dei Canti aborigene. Un altro libro di viaggi, dunque, come Il sogno del lupo. A differenza di Ario Sciolari, però, Bruce Chatwin ha la capacità di trascinare il lettore con la sua prosa asciutta ma avvincente. Chatwin viene accolto in Australia da Arkady, un australiano di origini russe che si occupa delle Vie dei Canti per la ditta che vuole costruire l’ultima tratta mancante di ferrovia australiana. L’ingegnere incaricato di progettarla, conscio del suo valore come sua opera ultima, decide di lasciare ai posteri una buona immagine di sé, e pertanto di collaborare con i nativi, chiedendo loro di evidenziare i loro luoghi sacri, in modo da salvarli escludendoli dal tragitto della ferrovia. Arkady è incaricato di rintracciare i proprietari dei lotti di terreno e di mappare i luoghi sacri. Egli, profondamente affascinato dalla cultura aborigena, approfitta dell’occasione per immergersi nella loro cultura, ma rileva la profonda contraddizione nel lavoro che sta svolgendo per la ferrovia: le Vie dei Canti, infatti, non toccano solo alcuni luoghi specifici, ma investono l’intero territorio australiano, passo dopo passo, costellandolo di “sogni” che vengono cantati e che costituiscono una vera mappatura spirituale del territorio, che viene tramandata di generazione in generazione.
Da questo spunto Chatwin parte per descrivere una serie di affascinanti personaggi locali bizzarri e sopra le righe, creando con le sue parole un’Australia desertica che riserva però molte sorprese, percorsa dallo scontro di civiltà bianchi/nativi e in progressiva perdita dei suoi valori originali. Nel frattempo, durante una sosta forzata in una delle tappe di lavoro, Chatwin approfitta del tempo a sua disposizione per riordinare i propri appunti (presi sui taccuini originali moleskine) regalandoci alcune perle della sua permanenza in vari paesi dell’Africa, ma anche della sua vita in Inghilterra e del suo viaggio per trovare Konrad Lorenz.
Rispetto al libro di Ario Sciolari, Le Vie dei Canti è denso di persone, di incontri e dialoghi significativi, che ci trasportano dentro l’Australia che non è vista solo come un territorio, ma soprattutto come la sede di una civiltà che rischia di scomparire fagocitata dalla modernità. Il pregio di Chatwin è quello di porsi sempre come testimone ed ambasciatore curioso ed attento, ma poco propenso ad esprimere il proprio parere a livello sociologico e politico. Questo spinge il lettore a sforzarsi di esprimere una propria opinione personale al riguardo di molti episodi particolari. Mi ha molto colpito il modo aconvenzionale di Chatwin di presentare luoghi, fatti e personaggi sempre sul bilico di un’ambiguissima ironia.
Per continuare – involontariamente – il percorso “racconti di viaggio” ho pescato dalla mia lista il libro “In Afghanistan” di Rory Stewart. Pensavo si trattasse di un saggio sulle vicende politiche dell’Afghanistan, invece si tratta del resoconto del viaggio compiuto dall’autore (un docente di storia) attraverso questo paese, un viaggio compiuto rigorosamente a piedi. Ho iniziato da poco il libro, che mi sta già coinvolgendo parecchio. Rory si dedica ad un viaggio in Asia e, dopo aver attraversato – sempre a piedi – Iran, Pakistan, India e Nepal, riesce ad entrare in Afghanistan dopo la caduta dei talebani. Giunto ad Herat, ottiene il permesso di camminare da Herat a Kabul, ma viene affiancato da due guardie del corpo dei servizi segreti.
Nel frattempo è giunta quasi alla conclusione la lettura del saggio su Philip Dick, di cui parlerò prossimamente.

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