
“Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli ‘orrori’: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno”.
Essere senza destino è la storia autobiografica dell’autore, ebreo ungherese, e della sua deportazione prima ad Auschwitz e poi in altri campi di concentramento tedeschi.
Gyurka, alter ego dell’autore, è la voce narrante, un ragazzo quattordicenne. Quando Gyurka si fa esonerare dalla frequentazione scolastica perché il padre deve partire per un campo di lavoro obbligatorio, in Ungheria ci sono già le prime disposizioni antisemite: il lavoro obbligatorio, la stella gialla, il divieto agli ebrei di essere titolari di fabbriche o di esercizi commerciali, il divieto di lasciare la città senza permesso. Poco tempo dopo Gyurka stesso, nonostante la giovane età, viene chiamato al lavoro obbligatorio presso una fabbrica della Shell fuori città. Il protagonista inizialmente accetta tutti questi provvedimenti come “naturali”, addirittura il lavoro presso la Shell diventa un’occasione di crescita, addirittura un privilegio in quanto garantisce a Gyurka un documento di identità e un permesso di transito. Quando viene fermato dalla polizia ungherese insieme a tutti i lavoratori presso la Shell, adulti e ragazzini, per essere inviato presso un campo di lavoro tedesco, Gyurka ne è addirittura contento: vedeva i tedeschi come persone ordinate, pulite e in grado di apprezzare un lavoro ben fatto, il lavoro obbligatorio in Germania come un’opportunità, addirittura come una “scelta” ovvia, dopo il trattamento illogico riservatogli dalla polizia ungherese.
Quando il treno sovraffollato che trasporta Gyurka e i suoi compagni in Germania si ferma presso un cartello che porta la scritta “Auschwitz-Birkenau” al lettore si stringe il cuore perché sa cosa significa un simile capolinea, mentre Gyurka si limita a notare come la lunga attesa nel treno, vessato dal poco spazio e dalla sete, lo abbia reso quasi insensibile, indifferente, alla meta raggiunta. Le prime disposizioni (il taglio dei capelli, il cambio dei vestiti) indispettiscono Gyurka ma gli sembrano anche abbastanza logiche, finché, passo dopo passo, scelta dopo scelta, la vita di Gyurka precipita nel baratro del campo di concentramento, quasi senza che egli se ne accorga. La catena di eventi ha sempre una sua logicità, una certa naturalezza nello svolgimento, ogni avvenimento innalza il livello di sopportazione e la capacità di accettazione.
Ma la vita in un campo di concentramento è una vita alla quale un essere umano non si può realmente abituare e ad un certo punto per Gyurka tutto ciò che conta è dormire e mangiare, ogni altra cosa passa in secondo piano, sia essere picchiato sul lavoro o accasciarsi nel bel mezzo di una pozzanghera durante l’appello mattutino o serale. Il suo stato fisico produce una serie di trasferimenti da un campo di concentramento ad un altro, finchè Gyurka viene inspiegabilmente trasferito in un’infermeria dove ha un letto con le trapunte, viene trattato gentilmente dal personale addetto e addirittura dai medici, viene curato e sfamato. La prima reazione non è di sollievo, bensì di sconcerto per l’illogicità di questa nuova sistemazione. Ogni novità positiva viene accolta inizialmente con sospetto, in seguito con l’indifferenza di chi accetta ciò che piove dal cielo e non si chiede il perché e nemmeno si indigna più per i maltrattamenti.
Sarà solo dopo la liberazione che Gyurka, di ritorno presso la natia Ungheria, comincerà a riflettere sulla sua detenzione, e durante le prime conversazioni con i civili che non hanno visto i campi di concentramento, si scontrerà con chi rifiuta di credere al progetto di sterminio, o con chi invece della sua esperienza vuole sentirsi raccontare le atrocità e gli orrori. La risposta di Gyurka è che vivere in un campo di concentramento non è vivere gli orrori o le atrocità, ma vivere minuto per minuto, ora per ora, mese per mese, anno per anno una serie di avvenimenti che compiscono ciò che non è un destino, ma un susseguirsi di scelte, di conseguenze, di azioni umane. Gyurka non vuole narrare di una stereotipata atrocità, non vuole rassicurare chi vuole sentirsi dire che i forni crematori non sono mai esistiti, egli vuole solamente raccontare la felicità che – seppur fuggevole – si può provare persino in un campo di concentramento.
Nato nel 1929 a Budapest, Kertész è stato deportato nel 1944 ad Auschwitz e liberato a Buchenwald nel 1945. Tornò in Ungheria nel ‘48 dove lavorò come giornalista in un quotidiano di Budapest fino al ‘51, quando il giornale, diventato organo del partito comunista, lo licenziò. Dopo due anni di servizio militare, per mantenersi, iniziò a scrivere i suoi romanzi. E’ stato autore di pezzi teatrali e traduttore di Freud, Nietzsche, Canetti, Wittgenstein e altri.
Essere senza destino, il suo primo romanzo, è un lavoro basato sulla sua esperienza a Auschwitz e a Buchenwald. Egli stesso ha dichiarato: “Ogni volta che penso a un nuovo romanzo penso a Auschwitz”.
Kertész impiegò dieci anni a scriverlo e per molto tempo nessuno lo pubblicò; quando finalmente, nel 1975, apparve in Ungheria, venne totalmente ignorato e l’autore messo al bando. Dovette attendere il crollo del Muro per vedere riconosciuta la sua opera, in patria e all’estero. Vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 2002.
Imre Kertész. Essere senza destino.
Feltrinelli. 2004. 223 pagg.
Storia. Autobiografia.
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