Quella misteriosa fiamma…

gennaio 31, 2007

Mario Rigoni Stern è uno scrittore superbo non solo per le tematiche affrontate ma anche per il suo stile di scrittura. Fra tutte le caratteristiche che lo definiscono, una spicca senz’ombra di dubbio (almeno per me): la concisione. Senza dubbio esistono vari tipi di concisione ma quella che io amo e ritrovo nella sua produzione si concretizza in quel tipo di scrittura pregna di significati che gli permette di concentrare in un racconto di due pagine una tal ordinata massa di emozioni e spunti da – letteralmente – costringere il lettore a fermarsi ad ogni paragrafo e a rileggere il tutto più volte. Ogni parola sembra essere stata scelta e posizionata dopo ore di attenta riflessione, le frasi scorrono armoniosamente e il messaggio raggiunge il lettore con inconsueta trasparenza.

In “Ferragosto in soffitta” lo scrittore ci racconta che, in una mattina estiva dedicata alla revisione di un lavoro (dopo la consueta passeggiata nel bosco), avendo la necessità di consultare del vecchio materiale riposto in soffitta, si reca nella stessa e si rende conto che l’accumulo di oggetti vari e carte riposti senza alcun metodo richiede una bella riordinata. Quello iniziato come un lavoro di un paio d’ore diventa un viaggio di sette giorni, durante il quale l’autore riesuma, insieme a vecchi oggetti, anche i suoi ricordi. E conclude dicendo:


“Libri, riviste, giornale, oggetti, lettere, silenzio: che gran viaggio ho fatto nella soffitta, ora che i rifugi alpini sono pieni come un uovo e sulle spiagge colano creme solari e sudori.”

Tutto questo mi riporta alla mente un romanzo letto poche settimane fa: La misteriosa fiamma della regina Loana di Umberto Eco. Qui un libraio (o meglio commerciante – nonchè appassionato – di preziosi libri antichi) perde la memoria cosiddetta anagrafica e nel tentativo di ricordarla, si trasferisce nel vecchio cascinale di famiglia, dove passa settimane a rovistare nella soffitta. Anche se questo libro merita anche solo per le pagine di ricordi partigiani, devo ammettere che è stato molto difficile superare le prime due/trecento pagine. Inizialmente divertente, il lunghissimo excursus attraverso i libri/fumetti/dischi dell’infanzia/adolescenza di Eco nei panni del suo alter ego di carta, è diventato rapidamente noiosissimo. Sarà forse perchè la maggior parte di essi non risveglia in me alcuna memoria? (appartengo ad un’altra generazione…)

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La Medusa non ci ha impietriti

gennaio 30, 2007

Continua la lettura di Aspettando l’alba di Mario Rigoni Stern.Rigoni Stern rievoca in un racconto delicatissimo e di una bellezza struggente la sua amicizia con Primo Levi, in occasione della sua morte, e ne ricorda una poesia:

L’altra poesia è inserita in una lettera tutta manoscritta, dove tra l’altro dicevi: «So bene che fare poesie non è un mestiere tanto serio, ma mi prendo egualmente la libertà di mandarti questa che s’intitola A Mario e a Nuto: Ho due fratelli con molta vita alle spalle, / Nati all’ombra delle montagne. / Hanno imparato l’indignazione / Nella neve di un paese lontano, / Ed hanno scritto libri non inutili. / Come me, hanno tollerato la vista / Di Medusa, che non li ha impietriti. / Non si sono lasciati impietrire / Dalla lenta nevicata dei giorni.» (dal racconto “La Medusa non ci ha impietriti”)

Non posso che commentare che questa raccolta rientra nella mia lista di libri non inutili. Levi e Rigoni Stern hanno in comune un’umiltà profondissima, piuttosto rara. Testimoni di eventi impensabili ed agghiaccianti, entrambi si sono dedicati alla scrittura come metodo per esorcizzare i ricordi e insieme come luogo di testimonianza di qualcosa che non può essere ignorato, nè dimenticato. Ognuno ha trovato nell’altro un’anima amica, qualcuno con cui parlare. Entrambi soffrivano della mancanza di empatia di coloro che li aspettavano a casa. Come dice Rigoni Stern: “No, una canzone ritrovata, una casa, un amico, una donna non furono, non saranno mai sufficienti a far ritornare le cose ancora com’erano state.” Ma c’è un libro, Se questo è un uomo, indirizzato a:

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

[…]

Se questo è un uomo fu per Primo Levi una necessità morale, per noi suoi contemporanei è un dovere leggerlo. Ma, anche, è da far leggere alle nuove generazioni perchè libro di vigilanza, di scotimento.”


Un Natale del 1945

gennaio 29, 2007


Sentì avvicinarsi un frusciare di sci, un respiro affaticato, poi lo sbattere dei legni per staccare la neve, chiamare il suo nome.
Riconobbe subito la voce ma non si scostò dal fuoco. Sentì battere con forza sulla porta e ancora ripetere il suo nome. Si alzò dalla panca, levò il paletto che teneva chiusa la porta, l’aperse e chiese: – Cosa vuoi?
– Oggi è Natale, – gli rispose l’uomo. – Ho saputo che sei qui. Posso entrare?
– Meglio di no.
– Ascoltami, almeno.
– Vieni avanti.
L’uomo si pulì dalla neve, si avvicinò al fuoco e disse: – Quando ti abbiamo preso e condannato non ho fatto che eseguire gli ordini. Era quello il mio dovere verso la patria. Non è stata colpa mia.
Non rispose, non fece nessun gesto. Guardava il fuoco ed era come rivivere tutto. Le donne e i ragazzi uccisi dai soldati tedeschi, i compagni morti di freddo sulle montagne dell’Albania, gli ebrei di Leopoli. Il Lager. Il Lager dov’era morto quel ragazzo di città che era stato preso e condannato assieme a lui: lo avevano spogliato e buttato nudo nella grande fossa oltre i reticolati, dove c’erano jugoslavi, greci, polacchi, russi, italiani. Era stato proprio l’anno prima, di questo tempo, perchè assieme alla fame c’era anche tanto freddo. Forse era Natale, quel giorno di dicembre in cui morì il ragazzo.

Non ascoltava quello che gli diceva il suo maestro della scuola elementare, che aveva poi ritrovato in divisa della Brigata Nera. L’acqua nel paiolo stava per alzare il bollore; andò a prendere il sale e la farina.
– Oggi è la Natività del Signore, – riprese il maestro, – ho saputo che eri qui da solo e sono venuto a trovarti. Ti chiedo scusa per quello che ti ho fatto. Ho qui nello zaino un panettone e una bottiglia di spumante.
Non poteva perdonarlo, no. Non per quanto lo riguardava direttamente, ma per gli altri che non avevano nemmeno più un fuoco da guardare. Si avvicinò alla porta e la spalancò. Là fuori era buio e la neve che mulinava dal cielo veniva a posarsi fin sulla soglia di pietra della vecchia osteria di confine. – Va’ via, – gli disse sottovoce.

Dal racconto “Un Natale del 1945” in Aspettando l’alba e altri racconti di Mario Rigoni Stern.