La montagna incantata, Thomas Mann

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La montagna incantata su Wikipedia
 

Thomas Mann (1875-1955) è uno dei maggiori letterati tedeschi. Vincitore del Premio Pulitzer nel 1929 “principally for his great novel, Buddenbrooks, which has won steadily increasing recognition as one of the classic works of contemporary literature”, è l’autore anche de La montagna incantata, La morte a Venezia. Tutti e tre questi libri sono stati oggetto di riduzioni cinematografiche. 

Il progetto per questo romanzo, nato da un soggiorno come ospite della moglie in una clinica svizzera, prevedeva originariamente un romanzo breve. La stesura venne interrotta dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a seguito della quale Mann rivalutò la portata delle tematiche affrontate nel manoscritto incompiuto e finì con il produrre questo voluminosissimo tomo che richiese complessivamente 12 anni per venire alla luce. 

Hans Castorp, giovane di belle speranze orientatosi verso la professione di ingegneria, decide di spendere tre settimane in visita presso il cugino Joachim, aspirante ufficiale degente presso un sanatorio svizzero.Una volta raggiunto il sanatorio, Castorp entra in confidenza con le abitudini del luogo, che si concentrano principalmente sullo stato fisico dei degenti: la misurazione della temperatura corporea e il riposo sul balcone sono le cose più importanti per queste persone, la cui “scarcerazione” viene deferita di 6 mesi in 6 mesi dai solerti dottori. 

Il periodo iniziale di tre settimana diventa un soggiorno di sette anni, durante i quali, oltre ad accompagnarsi al cugino, Castorp viene colpito dalla bella russa Chauchat della quale si innamora, e nel frattempo coltiva l’amicizia del bizzarro e polemico massone italiano Settembrini e successivamente del suo amico gesuita Naphta. Questi due personaggi in particolare intavolano lunghissime e profonde discussioni su miriadi di argomenti sui quali si trovano sempre in disaccordo totale. Lo stesso Castorp comincia ad interessarsi prima alla fisiologia umana e poi alla fisica e ancora ad altre discipline che nella vita normale non avrebbe mai avuto la possibilità di affrontare. 

Il significato fondamentale del libro è oscuro anche ai critici letterari di Mann, i quali esprimono opinioni contrastanti. Non posso dire di aver capito esattamente che cosa volesse comunicarci Mann con questo tomo, ma senza dubbio rappresenta una lettura affascinate, per quanto spesso anche sfiancante a causa dello stile pomposo e della scrittura prolissa. Ma il bildungsroman di Castorp, che parte da una Colonia (se non vado errata) come tronfio borghese farcito di luoghi comuni e sfizi e finisce con l’impantanarsi per sette anni in un sanatorio fuori dal mondo (dei cui ritmi lenti ed ovattati la lunghezza del romanzo è un’impegnativa metafora) per poi finire nelle ultime pagine a correre sotto le bombe e gli spari della guerra, è un’incredibile avventura. Come Mann stesso disse, presentando la sua opera ad Oxford in una conferenza, se un autore si rendesse veramente conto delle difficoltà di scrivere un libro si arrenderebbe prima ancora di levare la penna. E lo stesso forse si può applicare ad un lettore che, se sapesse veramente cosa vuol dire leggere un simile libro, rinuncerebbe già in partenza. Un vero peccato, anche perché Mann consiglia di leggere La montagna incantata due volte, essendo questo a suo parere l’unico metodo per afferrare pienamente il messaggio del romanzo. Maratona che si può affrontare, ammette lo stesso autore, solo se il libro è piaciuto in prima istanza.  

Thomas Mann. La montagna incantata.
Tit. originale: The Zauberberg Traduttore: E. Pocar
Tea. 2005. 687 pagg. € 12,90.
Romanzo. Con un’introduzione di G. Montefoschi e con una conferenza di Mann in appendice.

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